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Abbadia di Fiastra 3

62010 Urbisaglia MC

 

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ITINERARI  NATURALISTICI
(a cura di Tiberio Roscioni e Pierluigi Tomassetti - Guide Ambientali Escursionistiche)
 

cliccare sui nomi delle località per visionare gli itinerari proposti

Itinerari consigliati:

Acquacanina - Bolognola - Fiastra - Montegallo - Montemonaco - Ussita (Tiberio Roscioni)

ACQUACANINA Prati di Ragnolo
Vasto pianoro ondulato caratterizzato da verdi praterie dove antichi interventi per ampliamento dei pascoli hanno sostituito le preesistenti foreste di faggio di cui oggi rimane solo una piccola parte. In primavera fioriture splendide si addensano e si disperdono in una tavolozza di colori dove il visitare non potrà che restare affascinato. Graminacee, leguminose e composite costituiscono le componenti di base del folto mesobrometo, tra cui spiccano elementi floristici tipici dei pascoli primari; dall'invadente luminosità delle fioriture di narcisi e di asfodelo, a quella di sobria eleganza della genziana maggiore. Accanto a queste fioriture di nontiscordardimé, di orchidee selvatiche, di viole, dell'astro alpino vi è anche la rara e preziosa fritillaria dell'orsini. In questo ambiente, ricco di stimoli e di messaggi, in cui i profumi e i colori si succedono, non si può non ammirare il panorama sulla campagna marchigiana che si estende fino al mare Adriatico, dove il Gran Sasso e il Monte Conero delimitano il nostro sguardo. giglio viola
ACQUACANINA Valle di Rio Sacro
Valle quieta e silenziosa, scelta dai monaci benedettini come luogo di preghiera e meditazione; vicino al torrente Rio Sacro vi fondarono una abbazia, che poi abbandonarono intorno all'anno 1.000, per trasferirsi nel paese di Acquacanina. Oggi dell'abbazia non rimane che qualche pietra. L'itinerario in un primo tratto percorre una vecchia carrareccia che segue il percorso del fiume, dove salici, noccioli e sambuchi ne fanno da cornice. Prima che il sentiero si inoltri nel bosco si attraversa una radura dove si trovano i resti dei "i cascinali", antiche costruzioni che servivano da riparo a pastori e boscaioli. Il sentiero poi sale nel bosco di faggio ed infine nelle verdi praterie di alta quota, regno di falchi e dell'aquila reale.
BOLOGNOLA Valle del Fargno
La valle del Fargno, che prende il nome da "farnia", un tipo di quercia, è caratterizzata dal tipico profilo a "V" delle valli fluviali, ed è percorsa e modellata dal fiume Fiastrone, con versanti ricoperti da fitti boschi di faggio. L'itinerario che parte dal paese di Bolognola e risale la Valle del Fargno, ricopre una importanza storica in quanto era l'antico collegamento tra il versante Maceratese e il versante Umbro. È possibile scorgere nel terreno umido vicino al torrente impronte del cinghiale, del capriolo, o con un po' di fortuna quelle del lupo. Nell'ultimo tratto dell'itinerario, dopo una breve salita, i nostri occhi potranno ammirare il suggestivo panorama sulla parete del Monte Bove Nord e sulla Val di Panico con le sue doline. viola eugenia
FIASTRA Gole del Fiastrone - Grotta dei Frati
Valle affascinante e misteriosa, dove il torrente Fiastrone con le sue acque limpide e turbinose ha eroso la roccia formando una forra selvaggia e di ineguagliabile bellezza. Ripidi versanti rivestiti da fitta vegetazione che degrada fino al solco del torrente dove forma una foresta impenetrabile. Anche in questo angolo selvaggio, rifugio del raro e schivo gatto selvatico, l'uomo ha lasciato il segno antico di una presenza discreta e coraggiosa. Furono i clareni (1.300) a costruire la chiesina di Santa Maria di Specu, ora conosciuta come Grotta dei Frati. Ancora oggi si possono ammirare i ruderi degli antichi ricoveri dei "fraticelli". La grotta fu definitivamente abbandonata nel 1.600 a causa del prosciugamento della sorgente e per le persecuzioni.
FIASTRA Lago di Fiastra
Itinerario si snoda lungo le rive del Lago di Fiastra, dove le acque azzurre contrastano con il verde dei monti che circondano l'omonima Valle. Il bacino, di origine artificiale, fu realizzato negli anni '50, con lo sbarramento del fiume Fiastrone, e la costruzione della diga, alta 85 mt. Per la realizzazione del bacino è stato completamente distrutto l'antico abitato di Fiume, di cui ora rimane solo il vecchio ponticello visibile quando il livello dell'acqua scende, e l'antica chiesa di San Lorenzo (XI - XII) a testimonianza dell' antico insediamento; all'interno si possono ammirare pregevoli affreschi duecenteschi e alcuni di scuola camerinese. Il sentiero facile e quasi completamente pianeggiante (di cui una parte è accessibile a tutti) inizia dal paese di San Lorenzo al Lago e si snoda lungo le rive del Lago, fino alla diga, tra arbusti di prugnolo, corniolo, ginepro, maggiociondolo, e rosa canina.

giglio giallo

MONTEGALLO "Il sentiero del mulino e del culto"

Partendo da Balzo di Montegallo AP sede del Comune (886 m) prendere (a piedi o in auto per poche centinaia di metri) la strada asfaltata per Montemonaco ed imboccare a sn una sterrata in discesa subito dopo il ponte sul fiume Fluvione. Da qui parte il sentiero vero e proprio che costeggiando il fiume arriva fino alla chiesa di Santa Croce nella frazione di Interprete (922 m). Durante il percorso si possono notare due mulini ad acqua, segni dell'attività dell'uomo nella storia, non più funzionanti, ma ancora ben tenuti. Lungo il fiume si può notare la tipica vegetazione ripariale ricca soprattutto di salici. Da notare anche piante di noci, castagni e noccioli ad uso alimentare per l'uomo. Da Santa Croce salire sulla scalinata e proseguire per un sentiero che porta alla frazione di Colle (1.015 m). Incrociata la strada asfaltata riprendere una carrareccia a ds che porta a Santa Maria in Pantano o alle Sibille (1.159 m) voltando a sn della sorgente Santa. Questa stupenda chiesetta, situata ai piedi del Monte Vettore a 1.159 s.l.m. su un antico sentiero storico (il sentiero dei mietitori), sembra sia stata fatta costruire dal vescovo di Ascoli Piceno Audere o Auclere intorno al 780. Probabilmente è stata nel tempo più volte modificata ed oggi appare diversa da quella che doveva essere originariamente. È detta anche Santa Maria delle Sibille, probabilmente perché nella chiesa sono raffigurate delle Sibille; insieme alle chiese di Santa Maria in Lapide e San Michele in Furonibus (nei pressi di passo Galluccio, oggi scomparsa) è una delle più antiche chiese del Piceno. Il toponimo "pantano", invece, è dovuto alla quantità d'acqua che nei pressi della chiesa sgorga per l'incontro di due rocce di differente permeabilità (le calcaree permeabili e le arenacee impermeabili). Continuare la strada per qualche centinaio di metri dalla sorgente Santa ed arrivare su degli ampi prati in un suggestivo paesaggio. Ora tornare verso Colle ma incrociata la strada asfaltata volgere a ds e poi a sn per riprendere un sentiero che porta al paese diroccato di Casale Vecchio (1.010 m). Il paese è quasi interamente distrutto in quanto negli anni '30 cadde una valanga abbattendo le case. La storia narra che nell'unica casa risparmiata dalla valanga si stava svolgendo una veglia di tutti i paesani per una bambina defunta e quindi quell'angioletto salvò l'intero paese evitando una tragedia. Da Casale Vecchio tornare alla chiesa di Santa Croce per un'area sosta immersa nel verde e di qui tornare a Balzo per il sentiero dell'andata. 

MONTEMONACO Lago di Pilato
Giunti a Foce di Montemonaco (AP, 945 m.) attraversare tutto il paesino e poi continuare per la sterrata  nella Piana della Gardosa  fino a che il sentiero diventa stretto e si arrampica nel bosco (1 ora). Inizia a questo punto il tratto più impegnativo in quanto molto ripido (le svolte) anche se recentemente è stato facilitato da gradonate artificiali in legno. Superato il salto che coincide con il limite del bosco (1.500 m.), ci si incammina dentro la Valle di Pilato e senza prendere deviazioni a ds o a s. (attenzione a 1.763 m. c’è un evidente bivio a ds che porta a Castelluccio di Norcia) si risale fino al Lago di Pilato (3 ore, 1.940 m.). Il ritorno si effettua per la stessa via dell’andata (3 ore).
Il Lago di Pilato è sicuramente il luogo nei Monti Sibillini che vanta il maggior numero di primati. Innanzitutto, sembra impossibile, ma è l’unico lago naturale nella Regione Marche. Poi ci ha scelto come sua dimora esclusiva il noto “Chirocefalo del Marchesoni”, un piccolo crostaceo di colore rosso che nuota a pancia in su e che vive da adulto alcuni giorni l’anno e da uovo per il restante periodo. In questo modo riesce a superare brillantemente il rigido inverno. Non solo il Chirocefalo è un prezioso ospite della valle: in questi luoghi in estate fioriscono anche i rari papaveri gialli e le stelle alpine. Per finire, leggende e superstizioni hanno da sempre reso questo laghetto un luogo magico. Un luogo di incontro di maghi e negromanti  che intorno all’anno 1.200 costrinsero la città di Norcia ad innalzare un muro intorno a quel  lago maledetto per evitare la pratica dell’occulto; i trasgressori pagavano con la vita.
Anche il suo nome ha un’origine misteriosa in quanto la leggenda narra che vi precipitò il corpo ormai esanime di Ponzio Pilato dentro un carro trainato da una coppia di buoi o bufali. Il lago ha origine in uno spettacolare anfiteatro naturale che segna l’inizio dell’antico ghiacciaio e quindi di tutta la valle glaciale fino a Foce. La pozza che si forma in estate dallo scioglimento delle nevi è chiusa da una diga naturale formata da un’antica morena.
Nella valle esiste anche un fenomeno di origine carsico: la fonte del lago, che nasce a poche decine di metri a valle del lago e scompare per riaffiorare probabilmente a circa 2 km a Fonte Matta  (chiamata così perché sgorga a suo piacimento). Le ripide "svolte" sono probabilmente l'antico salto del ghiacciaio che poi si estendeva nell'attuale Piana della Gardosa formando quella particolare ed incantevole valle ad “U” tipica dei ghiacciai. Alla fine della piana a ridosso dell'abitato di Foce di Montemonaco prende origine il fiume Aso. Tale percorso è da evitare in inverno per pericolo di valanghe ed in piena estate sia per la mancanza di acqua nelle sorgenti sia per il notevole afflusso turistico.
USSITA Val di Panico
L’itinerario si svolge ad anello risalendo sopra la suggestiva forra del torrente Ussita fino alla sua sorgente. E proprio da qui inizia la Val di Panico, una delle valli glaciali più belle dei Monti Sibillini con la tipica conformazione ad “U”.  La bellezza dell’itinerario proposto è soprattutto per la possibilità di scoprire ambienti diversi passando dai fondovalle agli ambienti montani dove facilmente si può osservare la neve fino all’inizio dell’estate. Il nome Val di Panico certamente non deriva dal timore che la dolce valle può suscitare, ma probabilmente da antichissime adorazioni di tribù pagane (Valle Pagana) in un tempietto, ora non più esistente, che si trovava sopra la sorgente. Anche i frati benedettini del vicino monastero di Sant’Eutizio vi eressero una cella monastica chiamata di Sant’Angelo in Pagànico, anch’essa scomparsa da tempo. Oppure, più semplicemente, il nome deriva da panìco, un cereale coltivato anticamente in queste zone. Anche l’origine del  toponimo di Ussita non è certo. Le ipotesi più probabili della provenienza del nome sono da “Exitus”, uscita, porta, valico o dalla tribù  sannita “Ussiti” che si rifugiò sugli Appennini o addirittura da parole albanesi che significano “acqua impetuosa”.  Anche se può sembrare strano, è doveroso visitare il Cimitero di Ussita per la sua imponenza architettonica dovuta alla sua origine di fortezza medievale (Castelfantellino). Tale fortezza fu voluta da Rodolfo II da Varano nel 1.380, devastata dai vari predoni nei secoli seguenti e poi convertita a cimitero per opera del Cardinale Gasparri nei primi ‘900. Oggi ne è rimasta in piedi solo la torre.  Partendo da Ussita MC sede del Comune (715 m) prendere la strada asfaltata per il cimitero e, poco prima di raggiungerlo, girare a ds entrando  dentro lo splendido borgo ben ristrutturato  di Castelfantellino.  Prima della fine del paese prendere la carrareccia che sale a sn nel bosco fino a raggiungere una radura che per lo stupendo panorama  che si gode del Monte Bove è chiamata “Poggio Paradiso” (1.071 m, 1,30 ore). Da qui proseguire sulla carrareccia attraversando prima boschi di carpini e roverelle e poi, man mano che sia sale, di maestosi faggi convertiti  ad alto fusto. Usciti dal bosco, prendendo la strada che sale a ds si arriva in breve ad una fonte e poco dopo, continuando a salire, si giunge ad una sorgente di acqua che nasce direttamente dalla roccia. Siamo arrivati  alla nostra meta: da qui inizia la Valle di Panico (1.345 m. circa, 2 ore). Per chi ancora ha un po’ di energia nelle gambe può risalirla per un tratto (la testa della valle è a quasi 2.000 m!) per osservare le caratteristiche botaniche e geologiche tipiche delle valli glaciali. Frequenti le doline (dallo slavo piccole valli), piccole depressioni superficiali di origine carsica che perforano tutta la valle. Riprendere l’evidente e comoda strada di terra a ds e scendere fino alla frazione di Casali (1.080 m., 1 ora). Da qui inizia la strada asfaltata ed è possibile, con l’aiuto di un auto, raggiungere Ussita in pochi minuti. Oppure si può continuare a piedi sulla strada asfaltata e, poco dopo il cimitero di Casali girare a sn in un sentierino poco visibile in discesa che porta a Capovallazza e quindi ad Ussita (1,30 ore).
Itinerari consigliati:
Monte Falcone - Torre di Palme (Pierluigi Tomassetti)
Monte Falcone: a spasso per l'imponente rupe attraverso borghi, boschi e la "Fessa".

Dislivello: 280 m, durata: 3.15 - 3.45 ore, difficoltà: media.


L'escursione ad anello attraversa uno dei luoghi più suggestivi di tutte le Marche permettendo di ammirare panorami incomparabili dall'alto dello sperone roccioso su cui sorgono i paesi di Montefalcone Appennino e Smerillo. Il panoramico balcone naturale si affaccia verso la catena Appenninica permettendo di abbracciare con un solo sguardo le cime dal Gran Sasso ai Sibillini passando per i monti Gemelli e quelli della Laga con in primo piano l'Ascensione. L'intera area è inoltre un grande giacimento fossilifero del Pliocene costituita da sabbie, arenarie e conglomerati. In un lontano passato, quando la zona era bagnata dal mare, costituiva assieme ai paesi di Penna San Giovanni, Monte San Martino e Force un unico litorale. Oltre che nei musei di Montefalcone Appennino e Smerillo (entrambi CEA, il secondo specializzato in orienteering) si può trovare riscontro del fenomeno attraversando la "Fessa", una profonda e stretta apertura nella roccia, ricca di fossili del Terziario. Grazie alla quota, che nel punto trigonometrico supera i 900 metri, sono presenti boschi tipici del piano montano e sub-montano che per l'elevato interesse naturalistico sono stati inclusi dalla regione Marche nell'elenco delle Aree Floristiche Protette. Vi si trova infatti un elevato numero di specie di cui alcune alquanto rare e altre, presenti in forma cespugliosa, tenacemente aggrappate alle verticali pareti della rupe. L'intero bosco si estende su una superficie di quasi 30 ettari ed è ben conservato essendo stato "risparmiato" dalla soppressione in favore del recupero di terreno per colture agrarie preferendo la sua ceduazione. Si inizia percorrendo il medioevale "Sentiero delle Ginestre" che nella seconda parte è rimasto lastricato come in passato e transita davanti ad un'edicola di notevoli dimensioni sovrastata da un arco in muratura. Si giunge all'abitato di Montefalcone Appennino in prossimità della chiesa in stile romanico di San Michele Arcangelo che ha titolo di pieve e origini farfensi. Sorge sull'area precedentemente occupata dalla chiesa di San Pietro in Porta. Proseguendo per le vie del borgo si incontra prima il Palazzo Felici, sede del museo e CEA al cui interno è anche conservato un polittico dell'Alemanno datato 1475, quindi una caratteristica loggetta cinquecentesca, probabilmente parte di un antico edificio farfense. Si arriva quindi al bellissimo balcone posizionato proprio sopra la strapiombante rupe di arenaria e da cui la vista spazia su un panorama indescrivibile e che rimarrà indelebile nei ricordi del visitatore. Si passa poi per la celebre Rocca medioevale con mura castellane che insieme al Falco è l'emblema di Montefalcone Appennino. Inizialmente eretta dai Farfensi come torre d'avvistamento e nel XIII secolo fortificata dai Fermani fu teatro di numerose tragiche vicende tra cui quella di Rinaldo di Monteverde. Dopo essersi inoltrati nella pineta del Monte Falcone si giunge all'isolata chiesetta della Madonna delle Scalelle del XV secolo il cui nome deriva forse dal sentiero usato per raggiungerla e il cui interno merita una visita per i pregevoli affreschi. Sorge in prossimità del Traforo del Valico delle Scalelle, opera realizzata interamente a scalpello e quasi unica nel suo genere. Proseguendo si oltrepassa il punto trigonometrico per arrivare quindi al suggestivo abitato di Smerillo il cui nome sembra derivare dal falco Smerigio. Vi si trova un altro stupendo belvedere, a cui si accede transitando sotto un antico arco, da cui si domina l'intera valle del Tenna e da cui, per una sorta di illusione ottica, sembra quasi di trovarsi "sopra" i paesi di Monte San Martino e Penna San Giovanni. Da visitare anche la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria del XIV secolo, anch'essa ricca di importanti affreschi. In poco tempo si giunge alla "Fessa", una profonda e stretta fenditura nella roccia di origine franosa, in cui ci si può rendere conto dell'importanza fossilifera dell'intero sito. Nella zona sono anche presenti sorgenti di acqua calda e sulfurea, oltre che cascate nelle parti inforrate del fosso Durano.



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Bosco di Cugnolo: da Torre di Palme indietro nel tempo fino al Pliocene.
Dislivello: 60 metri, durata: 1 - 1:15 ore, difficoltà: facile.

Con un facile quanto breve percorso di circa 2 Km si attraversa il Bosco del Cugnolo, uno dei pochissimi lembi intatti di Macchia Mediterranea di tutto l'Adriatico. Il bosco, circondato da coltivi, ha un'estensione di circa 9 ettari e prende il nome dalla contrada in cui è situato, racchiusa tra il Fosso Cupo e quello del Molinetto. Si tratta di una forma ridotta e degradata di foresta sempreverde o macchia primaria e tale integrità permette di classificarlo appunto come "relitto" ed includerlo nelle Aree Floristiche Protette della RegioneÈ contraddistinto da un clima temperato caldo in cui le scarse precipitazioni sono concentrate nel periodo invernale alternate ad estati siccitose. L'adattamento a tale situazione ha determinato la ridotta dimensione delle foglie e la loro durezza per ispessimento per contenere la traspirazione, fino a trasformarsi in aghi come nei ginepri o nei pini. Viene governato a ceduo ed è composto soprattutto da querce sempreverdi, tra cui diversi esemplari secolari e curiosamente svariate specie lianose e rampicanti che in più punti lo rendono intricato ed impenetrabile. È situato su una duna fossile del Pliocene alta tra i 60 e i 110 metri il cui rilievo è costituito da sedimenti marini, soprattutto sabbie che in più punti sono ghiaioso-ciottolose formando una resistente falesia lunga circa 450 metri, parallela al mare e distante da esso intorno ai 400. Il terreno è molto instabile e nei punti in cui la vegetazione è scarsa è soggetto a frequenti frane. Risulta inoltre poco adatto all'utilizzo agricolo perché impervio e ciò ha contribuito in maniera determinante alla conservazione del bosco. La genesi della zona deriva dall'era quaternaria (tra 1,5 e 1,8 milioni di anni fa) ed è il frutto di intensi movimenti tettonici seguiti da forti variazioni climatiche che l'hanno modellata fino alla forma attuale. Nel conglomerato è scavata la Grotta degli Amanti che è possibile visitare a metà del percorso e che deve il suo nome alla vicenda di Antonio e alla sua fidanzata Laurina svoltasi nel 1911 durante le guerre coloniali per la conquista della Libia. Tornato a casa per un breve licenza e innamoratissimo di Laurina, Antonio decise di non separarsi più da lei e quindi di disertare. I due trovarono riparo nella grotta nutrendosi per giorni di pane e sarde portati loro dai pescatori del luogo. Dopo oltre una settimana i fidanzati si sentirono divorati dal rimorso e soprattutto braccati ma piuttosto che separasi decisero di morire saltando dai 70 metri della sottostante rupe del Fosso di San Filippo legati assieme con lo scialle di Laurina. Fu il bisnonno a ritrovare la donna morta e Antonio con gravi lesioni alle vertebre che gli permisero di sopravvivere solo qualche giorno piantonato dai militari e chiedendosi il motivo di tanta attenzione visto che se mai fosse riuscito a guarire sarebbe stato comunque giustiziato. Proseguendo l'escursione si arriva subito dopo alla seicentesca Villa degli Aranci, proprietà prima dei conti Adami e poi degli Azzolino. Le due famiglie nobili la usavano soprattutto come residenza estiva ospitando anche personalità di spicco. Si sviluppa su tre piani con facciate abbellite da marcapiani e timpani che ne valorizzano il piano nobile. Nonostante si trovi in posizione panoramica, la particolare conformazione della zona la ripara dai venti settentrionali e occidentali che nei secoli ha permesso la coltivazione di agrumi da cui il nome. A nord sorge una chiesina eretta vicino al dirupo sulla cui facciata della cappellina era posta una lapide con la data del 1648. Iniziando il giro dal paese di Torre di Palme ci si può affacciare dalla stupenda terrazza che dà sul litorale Piceno nel tratto che prende il nome di Agro Palmense arrivando a scorgere il Monte Conero. Si può inoltre godere delle caratteristiche e fiorite viette, delle 3 chiese e di un pregevole polittico di Vittore Crivelli e una tavola del Pagani conservati in quella di sant'Agostino.

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